Storia del Comitato Regionale Lazio – capitolo II

[gn_heading style=”1″]1908-1910[/gn_heading]

[gn_dropcap style=”1″ size=”5″]N[/gn_dropcap]el 1908, grazie all’avvento dei nuovi club del Centro-Sud, il numero delle società affiliate alla FIF sale a 52, ma non basta ancora per scalfire il predominio del Nord e in particolare della Lombardia (che intanto ha accolto la sede federale, trasferita da Torino a Milano), regione che riesce annovera ben diciotto squadre, ammesse tutte ai campionati di Prima e Seconda Categoria. Il movimento calcistico laziale, che rappresenta il primo baluardo del Sud, inizia la sviluppare l’attività calcistica anche nel Viterbese, estendendosi verso la Toscana e cioè verso quello che è il “confine federale”. Così, tra Umbria e Lazio sorgono una quindicina di club, concentrati in principal modo tra Orvieto e Viterbo, che vive la sua passione calcistica attraverso le prime gare amichevoli giocate dalla Robur (il primo club in assoluto della Tuscia) e dalla FC Viterbo; sarà quest’ultima, una quindicina di anni più tardi, a partecipare per la prima volta ai campionati federali.

L’esigenza di dare una nuova organizzazione federale al calcio italiano nasce proprio nel 1908, quando la FIF, che nel frattempo aveva deciso di escludere gli stranieri dai campionati, deve affrontare la sua prima grande crisi. La carenza dell’autorità federale (presidente il principe Emiliano Barbiano di Belgioioso d’Este) porta a frequenti atti di litigiosità dentro e fuori dal campo, con accese dispute tra club a suon di reclami. In molte parti d’Italia, oltretutto, sorgono nuove squadre e quasi tutte finiscono per svolgere la propria attività al di fuori dell’organizzazione federale. La necessità di proporsi a questi club come una Federazione affidabile e che abbia il reale controllo su tutto il calcio, spinge i dirigenti della FIF a varare una completa riforma dell’ordinamento federale e dello Statuto andato in vigore nel 1907. Nasce così il nuovo regolamento organico della Federazione che suddivide l’Italia in cinque aree geografiche, affidando l’organizzazione locale ai Comitati Regionali, organismi di nuova istituzione che da subito diventano importantissimi per lo sviluppo, la gestione e l’organizzazione di tutta l’attività calcistica federale.

E’ l’8  agosto del 1909 quando l’assemblea che porta alla presidenza federale il cavalier Luigi Bosisio, già segretario nel 1905, approva la riforma. Appena eletto, Bosisio cambia il nome alla Federazione Italiana Football, che diventa Federazione Italiana Giuoco Calcio. Gli arbitri vengono inquadrati sotto il controllo di una speciale commissione. Oltre a quello del Lazio, vengono istituiti i Comitati Regionali di Toscana, Piemonte, Veneto e Liguria, e il suo controllo dell’attività si estende anche ai club di Marche, Umbria, Abruzzi e Molise, regioni che non hanno un movimento sufficiente per essere autonomi. La Lombardia ufficialmente nascerà qualche tempo dopo in quanto l’attività di questa regione viene inizialmente gestita direttamente dalla Federazione che ha sede proprio a Milano. A questi Comitati, si aggiungeranno in seguito quelli di Campania e Puglia.

Ai neonati Comitati viene subito affidata l’organizzazione della Terza Categoria, campionato al quale hanno accesso le squadre di nuova costituzione, e la Quarta Categoria, riservata all’attività amatoriale, là dove è presente. A presiedere i Comitati Regionali, secondo il nuovo ordinamento FIGC, è un consigliere federale nominato nell’assemblea, che dev’essere rinnovato nell’incarico ogni anno. Per quanto concerne, invece, la nomina degli altri componenti dei Comitati (al Lazio spettano tre consiglieri), il regolamento organico del 1908 spiega che “nella settimana immediatamente successiva a quella dell’Assemblea ordinaria le società di ogni regione, per referendum indetto dalla nuova Presidenza della FIGC, eletta, nominano il loro Comitato Regionale composto del numero di membri fissati dallo Statuto, fra le quali verrà nominato il segretario. Ogni società dovrà votare il numero di membri stabilito pel Comitato Regionale, meno uno, cioè riservando un posto alla minoranza. In caso di votazione nulla, provvederà la Presidenza Federale”.

[gn_dropcap style=”1″ size=”5″]N[/gn_dropcap]el nuovo Regolamento organico della FIGC si fa anche espressa citazione delle funzioni attribuite ai Comitati, che devono “sovraintendere a tutto l’andamento sportivo del giuoco nella propria Regione, curandone la propaganda e proponendo alla Figc tutte quelle migliorie necessarie per dare incremento alle società e sviluppo allo sport”. E’ inoltre compito del Comitato “dirigere e sovraintendere a tutte le gare federali ed a tutte le manifestazioni della Regione per coppe, premi speciali, tornei od esplicazioni di giornali e di comitati. Fare opera perché molte delle questioni che intevitabilmente nascono nel giuoco siano risolte amichevolmente, senza bisogno della intromissione del Consiglio Federale”. Viene in pratica concessa la prima autonomia territoriale del calcio italiano, anche se le spese necessarie allo svolgersi dell’opera dei Comitati Regionali sono a carico della FIGC. Tuttavia, nel regolamento viene specificato che “la Presidenza Federale si riserva di prendere qualunque provvedimento là dove i Comitati Regionali non rispondano degnamente al mandato loro affidato e ciò fino alla nomina di un nuovo Comitato Regionale”.

Nell’assemblea federale del 3 ottobre 1909, che si svolge all’hotel Brera a Milano, viene ratificata la nomina a primo presidente di Olindo Bitetti, venticinquenne dirigente della Podistica Lazio e giornalista (corrispondente dalla capitale dalla Gazzetta dello Sport) che nel 1927 sarà tra i principali oppositori al coinvolgimento della società biancoceleste nella fusione che il gerarca Italo Foschi metterà in atto per fondare una ”grande squadra romana, capace di contrapporsi agli squadroni del Nord”, ovvero l’AS Roma. Tornato da Milano con la carica di presidente, a Bitetti viene chiesto di indicare, entro il 20 ottobre, i nomi dei tre consiglieri del Comitato. Anche se non ci sono documenti ufficiali che lo attestano, c’è da ritenere che i tre nomi corrispondano a quelli dello stesso Bitetti, di Luigi Diamanti e Alberto Viti, dirigenti di spicco delle uniche tre squadre romane che nel gennaio del 1910 risultano affiliate alla Figc: Società Podistica Lazio (sede Villa Umberto I), Società Sportiva Juventus (sede in via Buonarroti 1) e Società Ginnastica Fortitudo (nata nel 1906 e che ha sede in piazza Pia, 91). Soltanto il 22 febbraio, arriva l’affiliazione del Roman Foot-Ball Club, che prima ha sede in Lungotevere Castello 3 e poi si trasferisce in via Nazionale 149, dove risiede il signor Piero Felice Crostarosa.

Proprio l’iscrizione del Roman, consente al Comitato Regionale Lazio di organizzare il primo campionato di Terza Categoria, che non suscita lo stesso fascino delle ormai numerose e ambite coppe romane. Quattro le squadre iscritte, via il 13 marzo con gare di andata e ritorno sui campi di Piazza d’Armi e nella Villa Umberto I a Piazza di Siena. I primi due incontri hanno storia diversa, con l’11-0 della Lazio sulla Firtitudo (in campo con pochi uomini per le difficoltà di tesseramento) e il 3-.0 del Roman sulla Juventus. La settimana dopo arrivano il 6-1 della Lazio sul Roman e il 7-0 con cui la Fortitudo supera la Juventus. A fine aprile, dopo sei giornate di gare, è la Lazio a chiudere la classifica in testa, avendo vinto tutte le partite; alle sue spalle si classifica il Roman, poi Juventus e Fortitudo. Le seconde squadre dei quattro club di Terza categoria, che ancora non consente alla vincitrice di salire in Seconda, più Alba e Folgore danno vita anche ad un campionato di Quarta categoria, mentre il 21 marzo dello stesso anno, lo Sporting Club Tivoli sfida le due squadre della locale filiale della Lazio, rimediando però due severe lezioni.

[gn_dropcap style=”1″ size=”5″]A[/gn_dropcap] condizionare l’attività federale nel Lazio,  è il problema dei campi da giuco, che inizialmente non consentono, per esempio, all’Alba di partecipare ai campionati federali. Un problema che è messo in luce dalla stessa Figc in due articoli pubblicati sul suo organo ufficiale, la rivista “Foot-Ball. Il primo, dal titolo “Il giuoco del calcio a Roma”, porta la data del 9 gennaio 1910 e spiega come “gravissimo insorge in Roma il problema di ottenere un campo adatto per le esercitazioni del giuoco del calcio e per la risoluzione del quale sono in moto i Comitati Direttivi delle principali Società Sportive della Capitale. Finora si giuocava molto bene in Piazza d’Armi e a Villa Umberto I; ma adesso per le abitazioni popolari in costruzione nella prima, non è più possibile giocarvi dato che lo spazio libero è molto ridotto, e quel poco, è tutto intrinsecato da fosse profonde, dal continuo passaggio dei carri adibiti al trasporto di materiale. Rimarrebbe la Villa Umberto I, ma il Consiglio Comunale sembra assolutamente deciso, entro breve tempo, a proibire qualunque giuoco sportivo nella stessa e già ha sfrattato dalla Casina dell’Uccelleria la Società Podistica Lazio che da parecchi anni vi aveva posto la sua sede. Alle proteste elevatesi da tutti gli sportsmen romani ha risposto che impianterà un parco sportivo un miglio fuori della Porta del Popolo nella località detta dei Due Pini, ma finora vi sono ancora dei canneti e delle fosse, quindi non sarà certo tra breve tempo che si potrà giuocare in quella località. Speriamo dunque, per l’incremento di questo giuoco così bello, che si possa ottenere dall’Amministrazione Comunale qualche concessione a scadenza un po’ meno lunga, od almeno il permesso di poter continuare a giuocare a Villa Umberto I; altrimenti andrebbe perduto il frutto del lungo lavoro di tutte le società romane che già incomincia a dare buoni risultati, potendosi giuocare quasi ogni settimana dei bei matches che entusiasmano i cultori del giuoco del Calcio e procurano molti nuovi proseliti tra i quali bene spesso si notano delle buone promesse”.

Il secondo articolo viene pubblicato un mese dopo, ed è una critica al privilegio di stampo politico concesso al Roman in relazione alla preoccupante situazione di stallo dell’impiantistica romana:  “Sotto questo titolo pubblicai nel primo numero di questo periodico una breve relazione intorno alle critiche condizioni in cui allora si trovavano le Società calcistiche della Capitale. Adesso queste condizioni sono ancora peggiorate, perché il Municipio ha assolutamente proibito di giuocare nella Villa Umberto I e perciò di campi adatti per il giuoco del calcio non rimane che quello che il Roman Foot-ball Club tiene in affitto dal Comune di Roma, concessione che non si è voluta fare ad altre Società ben più importanti, che è stato loro recisamente rifiutato l’affitto di un tratto qualunque dei terreni che circondano il campo del Club suddetto, di modo che se una Società calcistica volesse giuocare, deve sfidare il Roman Club e fare un match con esso atrimenti non le rimane che elevare proteste che regolarmente rimangono inascoltate, ed ai giocatori null’altro che la consolazione di assistere ai matches che giuoca il Roman F.C. o tirare calcio contro i sassi camminando per la strada.

Del tanto sospirato campo polisportivo di cui il Municipio deve dotare la Capitale non se ne ha ancora traccia alcuna. Il terreno esiste; ma essendo tutto pieno di fosse e di canneti, perché sia possibile giuocare occorre prima spianarlo, tagliare la canne, ed adattarlo ai vari sports a cui è destinato. Cosa quindi che si potrebbe fare in brevissimo tempo, anche perché non sarebbe assolutamente necessario far tutto in una volta, ché le Società ed i giocatori del calcio si acconterebbero, per ora, di un piccolo appezzamento di terreno da potervi adattare due porte, dando così possibilità di giuocare a quelle Società non impegnate in matches con il Roman F.C.. E sarebbe cosa tanto più necessaria in quanto per i grandi matches che si giocheranno a Roma, nell’occasione delle feste del venturo anno, ed a cui si dice prenderanno parte anche delle squadre straniere, la Capitale non avrebbe una squadra da opporre non a queste ma neppure a quelle che scenderanno dall’Italia Settentrionale, ché una qualunque di queste, anche di seconda categoria, batterebbe nettamente quelle che ora esistono, che pur essendo ottime per mancanza di allenamento, reso impossibile dall’assenza di un campo ove poter giuocare, da qui ad un anno non varrebbero certo quasi nulla. Nel precedente articolo espressi la speranza che le Autorità competenti volessero interessarsi a questa gravissima ed urgentissima questione con la maggior sollecitudine possibile, ma ora me ne è rimasta ben poca vista anche la poca premura del Comitato Romano, costituitosi appositamente per ciò, del quale dopo la riunione inaugurale chiusa con l’approvazione di un vibrato ordine del giorno, non si è saputo più nulla. Che cosa si aspetta per prendere provvedimenti? Che sia chiusa la stagione?”.

In realtà, il Comitato Regionale più che ai campi è impegnato a risolvere la questione arbitrale, perché nonostante l’incremento del numero di arbitri federali (saliti a 30 nel 1909), la FIGC si rifiuta di mandare i propri arbitri a dirigere gli incontri di Terza Categoria, dimostrando tutta la scarsa considerazione nei confronti di questo campionato. Nel Lazio, ma anche in altri comitati, numerosi incontri di Terza vengono diretti dai dirigenti delle società non impegnate in campo. Inevitabilmente, spesso i resoconti riportati dai giornali parlano di arbitraggi contestati, di baruffe tra giocatori, di abbandoni dal campo in segno di protesta, ma anche di gare disputate con sette giocatori da una parte e undici dall’altra. Sono queste le situazioni che rallentano fortemente l’evoluzione dell’attività laziale, nonostante la continua nascita di nuove società. Tra queste, c’è l’Anzio, che nel 1910 viene fondata per iniziativa della signora Maria Roncalli, ostetrica della casa reale Savoia, che vuole consentire al suo figlio maschio, che veniva da Torino e già giocava nella Juventus, di praticare e insegnare il gioco con il pallone ai ragazzi anziati

L’espansione del calcio nel Centro-Sud diventa comunque tema di discussione a fine stagione, durante l’assemblea federale che si tiene a Milano il 25 settembre del 1910. Presieduta dall’avvocato Felice Radice, vi partecipano numerosi delegati, tra cui tre dirigenti laziali: Enrico Casalini del Roman Football Club, Alberto Viti della Società Ginnastica Fortitudo e Luigi Diamanti, dirigente della Juventus. Nonostante il lavoro preparatorio di Guido Baccani (dirigente della Podistica Lazio), unico “sudista” invitato alla riunione preliminare dell’assemblea, che si tiene una settimana prima, i tre dirigenti laziali non riescono a portare cambiamenti per il calcio del Centro-Sud, la cui considerazione continua ad essere scarsa. Dall’assemblea milanese, però, il calcio romano torna con un’importante novità: la nomina di un nuovo presidente. L’ingegnere Luigi Diamanti prende infatti il posto di Olindo Bitetti e questo rappresenta un grande successo politico per la Juventus Roma che, pur essendo più giovane degli altri club, riesce ad ottenere una posizione paritaria con la Lazio, la Fortitudo e la Roman. Luigi Diamanti, di ritorno da Milano, convoca per il mercoledì successivo, 28 settembre, lnella sede della Podistica Lazio, e squadre laziali di Terza Categoria. C’è da formalizzare l’ammissione al campionato della stagione 1910-11, la cui partenza è prevista per il mese di febbraio, e stilare un calendario di incontri di preparazione al campionato stesso. Qualche giorno dopo, il 3 ottobre, il Comitato convoca un’altra riunione con le società di IV (a cui si iscrivono Alba e le seconde squadre di Fortitudo, Lazio e Juventus) e di V serie per iscrizioni e compilazione del calendario. Soltanto dopo queste riunioni, il Comitato Regionale decide di fissare la propria sede in via dei Modelli 81. L’autunno e l’inverno calcistici romani sono però caratterizzati ancora dalle consuete sfide per l’assegnazione dei vari trofei cittadini, tra cui si segnalano le due coppe “challenge” donate dai soci Ancherani (riservata alle squadre di Terza categoria) e Perugini-Gaia (IV categoria), che si svolgono, secondo quanto disposto dal Comitato Regionale, tra il 1 dicembre 1910 e il 30 aprile 1911.

[gn_dropcap style=”1″ size=”5″]L[/gn_dropcap]a Terza categoria parte nel febbraio del 1911, ma con sole tre squadre: Podistica Lazio, Società Sportiva Juventus e Roma Football Club. Grande assente è la Fortitudo, che probabilmente in segno di disappunto per la nuova gestione del Comitato Regionale, sceglie di non partecipare al campionato con la sua prima squadra, preferendo l’attività dei F.A.S.C.I., la Federazione Associazioni Scuole Cattoliche Italiane, nata il 13 maggio del 1906 in via della Scrofa 70 a Roma e che per molti anni viaggerà parallela, ma anche in forte contrasto, con l’attività della F.I.G.C..

Il secondo campionato federale del Lazio è breve ma non privo di polemiche, ancora a causa degli arbitraggi, affidati per forza di cose a dirigenti o giocatori appartenenti alle società che disputano il campionato. Emblematica la partita giocata in avvio di campionato, 12 febbraio 1911, tra Lazio e Juventus: all’85’ i biancocelesti segnano la rete del vantaggio, la Juventus la contesta ritenendola irregolare. Ma il referee, nome inglese dato a quei tempi dall’arbitro, è Corrado Corelli, giocatore della Lazio che non tiene conto delle proteste. La Juventus decide quindi di abbandonare il campo da gioco e il risultato viene omologato con la vittoria alla Lazio. L’arbitro Corelli, a causa delle violente polemiche che scaturiscono, è costretto a dimettersi dal ruolo arbitrale. Situazione analoga anche per Antonino Sidoti, allenatore della Juvenuts, che dirige Roman-Lazio (0-3) suscitando le ire dei giallorossi, che per protesta si ritirano dal campionato. Sidoti è ricordato, però, per un altro motivo. Al tecnico può infatti essere attribuita la nascita della numerazione, in quanto fu proprio l’allenatore della Juventus a consigliare ai calciatori di scendere in campo con le maglie numerate. Al suo debutto la numerazione è contraria a quella che sarà poi adottata per tantissimi anni: il portiere ha il numero 11, l’ala sinistra il numero 1.

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